IN CONTROLUCE – Le nuove schiavitù: quando il lavoro diventa una forma di tratta e le persone vengono private della libertà, dei diritti e della possibilità di scegliere
I dati ISTAT raccontano una trasformazione profonda dello sfruttamento in Italia. Crescono le vittime maschili del lavoro forzato, mentre la tratta sessuale continua a colpire soprattutto le donne. Ma dietro i numeri ci sono persone private della libertà, dei diritti e della possibilità di scegliere.
Ci sono numeri che dovremmo imparare a guardare senza fretta. Non perché siano difficili da comprendere, ma perché raccontano realtà che preferiamo tenere a distanza. La tratta di esseri umani è una di queste. È una violazione dei diritti umani che continua a esistere nelle nostre città, nei campi agricoli, nei luoghi di lavoro, nelle abitazioni private e, sempre più spesso, negli spazi digitali. Il rapporto ISTAT La tratta di esseri umani in Italia – Anni 2021-2025, pubblicato il 29 ottobre 2026, ci consegna un quadro che merita attenzione. Non soltanto per la dimensione del fenomeno, ma soprattutto per la sua trasformazione. La tratta non ha un solo volto e non può essere affrontata attraverso un unico modello di intervento. Nel 2025, il sistema nazionale di protezione ha registrato 3.520 persone, contro le 2.398 del 2021. Un aumento del 46,8%. Le persone formalmente identificate come vittime di tratta sono state 1.964. Per la prima volta, la componente maschile ha superato quella femminile: 966 uomini contro 915 donne. È un dato che rompe una rappresentazione consolidata. Per anni, nell’immaginario collettivo, la tratta è stata associata prevalentemente allo sfruttamento sessuale delle donne. Una rappresentazione che ha contribuito a rendere visibile una parte importante del fenomeno, ma che oggi rischia di lasciare nell’ombra altre forme di violenza.
La tratta cambia, ma la negazione della libertà resta. Il lavoro come strumento di sfruttamento Il dato più significativo riguarda proprio lo sfruttamento lavorativo.
Nel 2025, le vittime di sfruttamento lavorativo registrate dall’ISTAT sono state 1.088, mentre quelle di sfruttamento sessuale sono state 696. Fra le prime, 883 sono uomini. Fra le seconde, 597 sono donne. Lo sfruttamento lavorativo ha dunque assunto un peso prevalente tra le forme di tratta intercettate dal sistema di protezione. Il fenomeno si concentra in particolare nel settore agricolo, che rappresenta il 47,6% dei casi accertati. È difficile non pensare alle campagne italiane, ai lavoratori che si svegliano prima dell’alba, ai trasporti organizzati dai caporali, alle giornate trascorse sotto il sole, alle retribuzioni insufficienti o mai corrisposte. Ma il lavoro forzato non riguarda soltanto l’agricoltura. Può attraversare diversi comparti produttivi e inserirsi anche in percorsi di ingresso formalmente regolari. Il rapporto segnala, infatti, che nel 2025, 342 casi di sfruttamento intercettati riguardavano persone entrate in Italia attraverso un visto per lavoro previsto dal Decreto flussi. Questo elemento ci obbliga a riflettere. La regolarità amministrativa non coincide necessariamente con la libertà. Un contratto, un visto o un documento non sono sufficienti a garantire che una persona possa scegliere dove lavorare, quanto lavorare e a quali condizioni. Quando il bisogno di sopravvivere diventa uno strumento di ricatto, il lavoro smette di essere un diritto e diventa una forma di subordinazione.

Le vittime non hanno tutte gli stessi bisogni
C’è un altro aspetto del rapporto ISTAT che merita di essere approfondito: la necessità di ripensare le modalità di presa in carico. Lo sfruttamento lavorativo maschile, infatti, richiede forme di protezione differenti rispetto a quelle tradizionalmente rivolte alle vittime di sfruttamento sessuale. Le case di accoglienza e i percorsi residenziali continuano a essere strumenti fondamentali per molte persone che hanno bisogno di allontanarsi da situazioni di violenza e controllo. Tuttavia, per un lavoratore vittima di sfruttamento, la protezione può richiedere soprattutto assistenza legale, recupero delle retribuzioni non corrisposte, accesso a un permesso di soggiorno e di lavoro, orientamento professionale e accompagnamento verso un’occupazione dignitosa. Non si tratta di stabilire quali vittime abbiano maggiori diritti o quali forme di violenza siano più gravi. Si tratta di comprendere che una presa in carico efficace deve partire dalla condizione concreta della persona. La protezione non può essere un percorso standardizzato. Deve essere costruita intorno ai bisogni, alle risorse e alle vulnerabilità di ciascuno. E soprattutto, deve accompagnare le persone fuori dallo sfruttamento senza trasformare la protezione in una nuova forma di dipendenza.

Le altre forme di schiavitù che non possiamo ignorare
Il rapporto ISTAT richiama anche forme di sfruttamento numericamente meno diffuse, ma non per questo meno gravi. La servitù domestica passa da 12 casi nel 2021 a 42 nel 2025. I matrimoni forzati aumentano da 7 a 32. Le economie criminali forzate crescono da 16 a 30 casi. L’accattonaggio, invece, diminuisce da 12 a 8. Sono numeri contenuti, ma dietro ogni singolo caso esiste una persona privata della propria libertà. Una donna costretta a un matrimonio che non ha scelto. Una persona obbligata a lavorare all’interno di un’abitazione senza poter uscire liberamente. Un minore costretto a partecipare ad attività criminali. Una persona che viene sfruttata attraverso l’accattonaggio. Sono forme di violenza che possono consumarsi lontano dagli occhi della comunità, dentro contesti familiari, relazionali o sociali che rendono difficile riconoscere la condizione di vittima. La loro invisibilità non le rende meno disumane. Al contrario, rende ancora più urgente costruire strumenti di osservazione, prevenzione e protezione capaci di intercettarle.
La responsabilità di una società che non può voltarsi dall’altra parte
La tratta di esseri umani non è soltanto un problema di ordine pubblico. È una questione sociale, economica, culturale e politica. È il risultato di processi che producono disuguaglianze, precarietà, marginalità e vulnerabilità. È alimentata da mercati che cercano manodopera a basso costo, da reti criminali che trasformano le persone in strumenti di profitto, da sistemi di controllo che sfruttano il bisogno e la paura. Contrastare la tratta significa intervenire sulle sue cause. Significa rafforzare i servizi territoriali, garantire accesso ai diritti, costruire reti tra istituzioni, servizi sociali, organizzazioni del Terzo settore, sindacati e forze dell’ordine. Significa anche interrogarsi sulle responsabilità di chi beneficia dello sfruttamento, di chi acquista prodotti realizzati attraverso il lavoro forzato, di chi considera accettabile che una persona venga privata della propria dignità perché più fragile, più povera o meno tutelata. I dati ISTAT ci ricordano, inoltre, che una maggiore capacità di intercettare le vittime non coincide automaticamente con una maggiore capacità di proteggerle. Nel 2025, le persone prese in carico dai programmi di protezione sono state 835, mentre la quota di prese in carico sul totale delle persone registrate è scesa al 23,7%.
È una distanza che deve interrogarci.
Riconoscere una vittima è soltanto il primo passo. Il passaggio decisivo è costruire le condizioni perché quella persona possa tornare a vivere senza paura, recuperare la propria autonomia e riappropriarsi dei propri diritti. La tratta di esseri umani ci mette davanti a una verità scomoda: la schiavitù non appartiene soltanto al passato. Può assumere forme diverse, cambiare luoghi e modalità, nascondersi dietro un contratto di lavoro, una promessa di guadagno, una relazione affettiva o un’opportunità di vita migliore. Per questo i dati non devono restare confinati nei rapporti statistici. Devono diventare strumenti di consapevolezza e responsabilità collettiva. Ogni numero rappresenta una persona che ha perso, o rischia di perdere, la possibilità di scegliere. E ogni persona che riusciamo a riconoscere, proteggere e accompagnare fuori dallo sfruttamento rappresenta una possibilità concreta di restituire significato ai diritti umani. Perché la libertà non può essere un privilegio riservato a chi ha gli strumenti per difenderla. Deve essere una condizione garantita a ogni essere umano.
Annarita Romanino – Sociologa
Fonte: ISTAT, La tratta di esseri umani in Italia – Anni 2021-2025, 29 ottobre 2026.

