Ecco Yodì il rapper nel film Malavia, Giuseppe Sica in arte PeppOh vince anche al cinema. Col suo flow racconta in presa diretta la periferia, senza banalità

Tra le voci più caratteristicamente riconoscibili di Napoli, il rapper, attore e soulman Giuseppe Sica, in arte PeppOh, classe ’89, a partire dalla sua Secondigliano negli ultimi anni ha attraversato la scena con un percorso coerente e radicato, costruendo una traiettoria che tiene insieme musica, territorio e dimensione sociale. Dai primi lavori come Core’n’Soul EP (2014) fino agli album Sono un cantante di rap (2015), Nuvole Nuove (2019), MOOD Street (2020), STRANAVITA (2025), dalla fondazione del collettivo G.A.S. Family alla “militanza artistica” nei Terroni Uniti, il suo percorso si è sviluppato mantenendo uno stile personalissimo capace di fondere flow e melodia e di muoversi tra racconto personale e osservazione del contesto.Un percorso, protagonista della rubrica #PuntiDiSvista, che trova nel film Malavia un punto di contatto significativo, ma che continua a svilupparsi soprattutto nel rapporto con le persone, nei luoghi in cui la musica diventa strumento di espressione, connessione, condivisione.

Nel film Malavia, recentemente al cinema, interpreti Yodi, un rapper napoletano all’interno di un racconto fortemente radicato nel territorio: quanto c’è di personale in questa esperienza e cosa ti ha lasciato, umanamente e artisticamente?

Il personaggio di Yodi è strettamente legato non solo a PeppOh ma proprio a Giuseppe Sica, mi ci rivedo tanto in lui e per me è stato abbastanza semplice interpretarlo poiché siamo in totale connessione umana e artistica. Di personale c’è tanto di mio (anche se la figura di Yodi è stata pensata e scritta su quella che possiamo considerare la storia ed il profilo di Speaker Cenzou, mio mentore a sua volta nella vita reale). Artisticamente Yodi mi ha lasciato la bellezza del fare cinema, il set e la sua “good vibe” che porterò sempre con me e io ho cercato di dare a Yodi la mia esperienza nell’ambito musicale e sociale, umanamente io e Yodi continuiamo e continueremo sempre a camminare insieme, spalla a spalla. Parallelamente alla tua attività artistica porti avanti laboratori rap con ragazzi: quando entri in questi contesti, spesso etichettati come “difficili”, ti senti più un artista, un educatore o un “facilitatore” di storie? In realtà più che ogni definizione da te citata (tutte giustissime), cerco di essere sempre come uno di loro, un loro amico più grande o quel fratello maggiore che non hanno mai avuto, uno che cerca l’ascolto, il dialogo, la comprensione e prova ad immergersi nella loro realtà. Spesso capita che all’inizio qualche ragazzo o ragazza possa avere un po’ di diffidenza ma è proprio in quei casi che tolgo l’armatura da rapper/artista o da educatore e provo a “facilitare le loro storie”, ad avvicinarmi a quei mondi fatti di silenzi, di paure e di speranze nascoste e credo che sia proprio da lì che nascano le trame e le strofe più belle!

In tempi così complessi, in cui sembra essere sempre più difficile entrare in connessione con i più giovani, cosa ti sorprende di più quando iniziano a raccontarsi attraverso il rap?

 La cosa che mi sorprende di più resta sempre il loro distacco iniziale che poi si tramuta in passione che arde e che da vita a ulteriori entusiasmi e voglia di fare le altre cose in maniera positiva. Spessissimo accade che molti di questi ragazzi non abbiano tutta ‘sta voglia di andare a scuola ma quando ci sono i laboratori spesso in tanti mi dicono: “prof, oggi sono venuto/a solo per te perchè non lo avrei mai immaginato ma questa cosa mi piace!”. L’altra grande sorpresa è quando trovano il loro grandioso coraggio di riuscire a raccontarsi, molte volte capita che scrivano ma poi mi fanno “questo però leggilo tu che mi vergogno” e attraverso la forma canzone del rap quando riusciamo a superare questo ostacolo insieme sembra sempre di vincere un qualcosa di importante che va ben oltre ogni riconoscenza materiale.

Il tuo percorso si muove tra strada, musica e narrazione: quanto è importante, per te, restare legato in modo autentico al contesto da cui provieni? Per me ma in particolare per chi fa il mio genere musicale è importantissimo restare legati al proprio territorio, alla propria appartenenza. È da lì che parte tutto e a volte capisci quanto sia importante cantare il bello e il brutto del tuo quartiere, della tua zona, ti fa sentire parte di una comunità che vive e respira con te e solo così ogni sconfitta si fa meno amara ed ogni vittoria è una gioia collettiva, condividere con la propria terra ogni sfumatura della propria musica e della propria esistenza per me è fondamentale.

In un momento in cui il rap è ovunque, perché sta diventando sempre più complesso trasformare la musica in un’esperienza live reale e condivisa? È un problema di spazi, di sistema o di come viene percepita la scena? Il problema della musica live è che non ci sono più spazi per proporla, sembra paradossale ma in epoca in cui si è ritornati ai live negli stadi non c’è quasi più posto per i concerti di piccola o media fascia. Diventa sempre più complicato per i gestori affrontare delle spese e spesso gli stessi proprietari di locali o i vari direttori artistici non hanno molto coraggio nell’incentivare e nell’incoraggiare musica indipendente, inedita e autentica. Altra questione spinosa poi resta quella generazionale: le nuove generazione forse hanno un po’ perso il senso di condivisione reale e di curiosità nella scoperta, i social hanno condizionato questo fast food di musica e contenuti che poverini anche loro ormai sono allo sbando totale ma credo in loro e spero che presto proprio i più giovani possano invertire questa rotta, cacciando un po’ di coraggio nell’organizzare iniziative che possano partire dal basso e senza l’ansia di dover per forza fare qualcosa di grandioso alle prime volte, bisognerebbe ricostruire un po’ tutto l’ambiente badando meno ai numeri e più all’emozione, a quel famoso “sentimento” che ci hanno insegnato Pino Daniele e tutto quel Neapolitan Power che ha lasciato una traccia indelebile in tanti della mia generazione (anche se loro sono stati avvantaggiati perchè erano altri tempi). In fondo, tra cinema, teatro, musica e percorsi condivisi, il filo resta lo stesso: passa dalle persone, dalle storie e dalla capacità di trasformarle in qualcosa in cui anche chi ascolta possa riconoscersi. Ed è forse proprio lì, nel fare spazio a chi non l’ha mai avuto, che il rap, al di là delle logiche di business purtroppo sempre più impattanti, continua a trovare il suo senso più profondo.

Alessandro Piro (fotografie scattate da Riccardo Piccirillo, in arte RicPic).

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