Autore stimato dietro le quinte, poi la ribalta fatta di tanta “intimità”: ecco a voi Napoleone e il cantautorato a Sud

C’è una linea sottile che separa il palco dalla vita, ma a volte basta un passo — o forse un ritorno — per accorgersi che quella distanza non esiste davvero. Alcuni concerti non finiscono quando si spengono le luci: restano addosso, come una vibrazione che continua a muoversi anche nel silenzio.

Davide Napoleone, autore, cantautore e produttore di origini campane, ha costruito nel tempo un percorso capace di tenere insieme scrittura e identità, visione personale e apertura sonora. Dopo aver lavorato dietro le quinte, ha scelto di portare in primo piano un progetto che intreccia suggestioni contemporanee e richiami alla tradizione.

È in questo spazio, sospeso tra casa e altrove, tra intimità e condivisione, che si inserisce questo scambio, raccolto subito dopo il live all’Ostello Bello, lunedì 13 aprile. Appena sceso dal palco: che tipo di energia ti sei portato via da questo live? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito il pubblico “entrarti dentro”? Appena sceso dal palco ho provato ovviamente una grande emozione, perché comunque tornare a casa, fare un concerto con un pubblico di casa, è sempre un’emozione fortissima, un qualcosa di impagabile. Ogni volta che vado a suonare in giro c’è sempre un’energia diversa, un bel pubblico, però stando a casa senti proprio delle vibrazioni diverse: un pubblico che percepisci già prima del live come famiglia. Quindi ci si ritrova innanzitutto circondato da amici, da pezzi di cuore, da casa, fondamentalmente. È un’energia indescrivibile quella che provo ogni volta che sono a Napoli, ma in generale in Campania.

Nei tuoi live si percepisce sempre un equilibrio tra dimensione intima e apertura collettiva: per te il palco è più un luogo di sfogo personale o di connessione con chi ascolta? Nei miei live c’è sempre una grande differenza, nel senso che quando sono in giro con la band è un po’ più una valvola di sfogo, perché comunque, avendo alle spalle una potenza di fuoco diversa, si ha anche un’intenzione, un’energia diversa, tale da buttare fuori anche qualcosa di più rispetto a quella che è una canzone.

Sto facendo sempre più spesso queste dimensioni più intime, perché ho scoperto che hanno in realtà qualcosa di speciale: riesco a connettermi tanto con il pubblico. È una cosa delle volte anche molto inaspettata, perché ovviamente ogni concerto è diverso, ogni situazione è diversa, ogni palco è diverso, ogni città è diversa.

Ad esempio, l’altro giorno ero a Milano (Sabato 11 Aprile), sempre in una situazione del genere — quindi chitarra, voce, molto intima — e ho avuto proprio quella percezione di avere una connessione con il pubblico davvero molto, molto profonda. Nel momento in cui magari cantano i tuoi pezzi, ti supportano, da fan ti accompagnano proprio nell’esecuzione: una cosa bellissima. Soprattutto quando inizia a capitare in città che non sono la tua, è una sensazione molto strana, ma bellissima. Rispetto alle versioni in studio, cosa cambia davvero per te dal vivo? C’è un brano che senti trasformarsi completamente quando lo suoni davanti al pubblico? Dal vivo, rispetto alle versioni studio, in realtà cambia sempre tantissimo, perché comunque quasi tutte le canzoni registrate nascono in una dimensione molto da studio. Molte di queste canzoni poi vengono davvero eseguite dal vivo in una seconda fase: non c’è quel processo, come magari una volta avveniva, dove provi i pezzi inediti in giro e poi li vai a registrare.

Quindi inevitabilmente si trasformano, perché magari in studio cerchi delle soluzioni più comode, che rispettano di più uno standard radiofonico o altro in fase di mix. Dal vivo, invece, puoi esprimere davvero tutto il potenziale di quel pezzo, avendo dei musicisti che si esprimono in maniera molto più libera, più aperta: quindi pezzi che si prestano molto ad essere suonati.

È qualcosa di molto interessante. Dal vivo cambiano quasi sempre, sia in band sia in acustico. In acustico tendo sempre a fare una versione molto intima, che si avvicina poi a quella iniziale, quando le scrivo chitarra voce o piano voce. Quindi sì, inevitabilmente cambiano ogni volta, anche grazie al pubblico che hai davanti.

A volte, però, il cambiamento più profondo non riguarda solo il suono, ma il punto di vista — un #PuntoDiSvista che segna il passaggio da ciò che si costruisce per gli altri a ciò che si sceglie di dire in prima persona, pur lasciando aperta la possibilità di attraversare altri mondi e altre scritture, come dimostrano le collaborazioni con Guè, Teresa De Sio, Yung Snapp e Vale LP, fino al lavoro con Mixed by Erry.

Sei passato dall’essere un autore di successo, spesso dietro le quinte, al metterti in prima persona come cantautore: cosa ti ha spinto davvero a fare questo passo e quanto è cambiato il tuo modo di raccontare — e di esporti — attraverso la musica? Il passaggio da autore a cantautore è venuto in maniera molto naturale, in realtà, in un momento in cui fare l’autore iniziava a starmi un po’ stretto. Nel senso che fare l’autore vuol dire sempre mettersi al servizio di qualcun altro e quindi non poter esprimere liberamente tutto quello che hai dentro, tutto quello che hai da dire, tutto quello che vorresti raccontare.

Devi sempre rispettare dei paletti, magari anche a livello vocale dell’artista per cui stai scrivendo, o stilistico, banalmente. Quindi cambia tanto la spinta: uscire da questa sorta di prigione che stavo vivendo, perché sentivo di avere delle cose da dire, di voler mettere a fuoco delle storie, delle cose che mi interessavano, che facevano parte della mia vita, del mio percorso.

È stata una necessità molto naturale, senza nemmeno l’intenzione, all’inizio, di fare un vero e proprio progetto discografico. Mi sono ritrovato artista perché mi sono ritrovato delle canzoni che mi appartenevano tanto, e quindi è successo tutto in maniera molto spontanea. Da “Va’ e Torna” a “Moderno Italiano Touch”, passando per live più intimi fino a collaborazioni sempre più rilevanti: guardando a questo percorso in evoluzione, che direzione senti di voler dare al tuo futuro artistico? Più ritorno all’essenziale o apertura verso nuove contaminazioni? “Va’ e Torna” e “Moderno Italiano Touch” sono due dischi in realtà molto collegati, molto simili, perché sono due dischi scritti praticamente senza soluzione di continuità. Non c’è stata una pausa tra un disco e l’altro, con dei singoli usciti che non sono né in uno né nell’altro: è stato un flusso creativo che ho seguito dall’inizio fino all’anno scorso, quando ho chiuso il secondo disco.

È parte di una fase della mia vita e di una fase artistica della mia vita. Ci sono state poi tante collaborazioni con artisti anche molto diversi da me, dallo stile che propongo io, dai miei gusti musicali, dai miei punti di vista creativi.

Adesso, in questa fase della mia carriera, sto facendo un po’ l’opposto: sto ritornando a scrivere per gli altri, perché sento il bisogno di liberarmi un po’ di Napoleone. Sento il bisogno di uscire un attimo dalla mia bolla, riprendere a scrivere cose che non mi appartengono, per poi magari ritornare sulle mie con delle idee nuove, con un’esigenza diversa.

Cerco sempre di far uscire delle cose vere, che mi appartengono realmente, anche perché poi, quando vai a cantarle dal vivo, devi far percepire quelle cose che senti davvero. Cerco sempre di mantenere un’autenticità in quello che faccio.

Quindi, per il futuro, per le cose che sto scrivendo adesso, c’è forse un pizzico di intimità in più: potrebbe essere che ritorni a una forma un po’ più cantautorale. Forse non è nemmeno una linea, ma qualcosa che si muove — si sposta, cambia forma — ogni volta che una voce trova il coraggio di restare. E in quel movimento, tra ciò che si trattiene e ciò che si lascia andare, il suono continua, anche quando sembra finire”.

Alessandro Piro

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