Sullo scioglimento dei comuni per infiltrazioni, interviene il consigliere regionale del Pd Giorgio Zinno: “Andrebbe cambiata la legge, spesso la corruzione è negli uffici e i Partiti non dovrebbero scaricare i sindaci”
Lo scioglimento di un Comune per infiltrazioni malavitose è un evento traumatico. Tuttavia, dinanzi a fatti chiari che legano gli amministratori o la macchina comunale ad ambienti della criminalità organizzata, non si può avere alcun dubbio sulla necessità impellente di intervenire. Purtroppo, la legge attuale presenta un limite evidente: permette lo scioglimento delle amministrazioni, mandando a casa i sindaci e le varie figure politiche, senza prevedere misure efficaci contro quei dipendenti che risultino responsabili o corresponsabili dell’infedeltà amministrativa con legami camorristici. Restano al loro posto e possono essere motivo dello scioglimento successivo senza rischiare neanche lo spostamento in altro ente.
Inoltre, i partiti — o quei pochi rimasti — da anni non riescono più a fungere da argine contro determinati comportamenti, né sono capaci di selezionare adeguatamente la classe dirigente. Ci troviamo di fronte a una classe politica che da tutte le parti, paradossalmente, si presenta agli elettori dichiarando la propria onestà come se fosse un merito elettorale, creando un cortocircuito logico: l’essere una persona perbene che rispetta le norme deve essere la precondizione per occuparsi della cosa pubblica, non un motivo per farsi votare.
A questa precondizione andrebbe aggiunta un’idea di città, la professionalità (che non deriva necessariamente dai titoli di studio, ma dalla capacità di affrontare i problemi), l’amore per la propria comunità e la passione di lavorare per essa giorno e notte.
A questa situazione si aggiunge la tendenza dei partiti a cercare sempre il “Papa straniero” per evitare rotture interne. Anche il partito a cui sono iscritto da 30 anni cade ciclicamente in questa impostazione, che io ho sempre reputato sbagliata. In comunità litigiose, o dove i circoli e le coalizioni non trovano una sintesi, si ricorre ai candidati civici, salvo poi scaricare su di loro — il giorno dopo le elezioni — tutte le tensioni rimaste sopite durante la campagna elettorale.
È così che nascono candidature come quelle di Corrado Cuccurullo e Luigi Vicinanza: due professionisti, persone perbene, prestati alla politica per amore del territorio, ma spesso spinti da lotte intestine, mancanza di sintesi o imposizioni romane. A questi candidati si chiede di guidare coalizioni e di farsi arbitri di una partita che non hanno gestito sin dall’inizio, costringendoli a districarsi tra le necessità della città e le rivendicazioni dei vari soggetti politici. Personalmente, diffido di chi si atteggia a censore o “puro”: solitamente sono proprio coloro che rivendicano più spazi per puro ego, senza avere reali capacità.
Negli scorsi giorni, il sindaco di Torre Annunziata Cuccurullo si è dimesso in seguito alle forti parole del dott. Fragliasso — uomo di frontiera di indiscussa serietà che da decenni lavora a favore della legalità dei nostri territori— rivendicando però il grande lavoro svolto sul tema della legalità, nonostante la carenza di una reale macchina amministrativa. La stampa, facendo appieno il proprio lavoro, ha giustamente chiesto anche la posizione del PD sulla vicina Castellammare, una posizione di grande fermezza: in entrambi i casi il partito ritiene opportuno girare pagina.
Senza entrare nel merito delle valutazioni giudiziarie o delle relazioni delle commissioni d’accesso che una volta conosciute daranno gli strumenti per poter comprendere quali misure mettere in campo, credo che un partito come il PD non possa non interrogarsi sugli errori commessi. Certe scelte rischiano di disorientare i cittadini e le tante persone perbene che si impegnano in politica. Sia a Castellammare che a Torre Annunziata sono state portate avanti iniziative importanti — come l’utilizzo dei beni confiscati o il rafforzamento dei servizi ai cittadini più fragili — che hanno dimostrato l’impegno dei sindaci e delle amministrazioni nel migliorare la vivibilità e nel fare della legalità una precondizione, non un semplice orpello.
Le “mele marce” vanno espulse con la forza della legge, auspicando norme più chiare per il futuro. Tuttavia, ridurre tutto il lavoro svolto a un mero scontro interno al partito non fa bene a nessuno. Leggo interviste in cui si torna a parlare di “capibastone” o “cacicchi”, termini usati a convenienza: sono tali quando bisogna creare nuovi spazi politici, ma diventano “alleati preziosi” quando il partito ha bisogno di percentuali per vincere.
In un partito dove il consenso sembra diventare un peccato mortale, si rischia che persone senza voti e senza competenze dettino legge, sostituendo i rappresentanti riconosciuti dai cittadini con nuove figure di puro potere, spesso sconosciute agli elettori.
Un partito serio dovrebbe adottare misure rigide per arginare l’illegalità prima, durante e dopo le elezioni. Ma dovrebbe anche sentire il dovere di chiedere scusa a persone perbene come Cuccurullo e Vicinanza e a tutti quegli amministratori, associazioni e mondo civico che hanno creduto nel riscatto delle proprie città e che sono stati lasciati soli.
Siamo tutti responsabili se il nostro partito non ha avviato su quei territori un confronto serrato sui temi della legalità, trattandoli quasi come “ghetti” da evitare. Quando è in discussione il tema fondante dell’azione amministrativa, bisogna presidiare i territori per ricostruire credibilità davanti ai cittadini. Impariamo dagli errori, evitando di gettare via, insieme all’acqua sporca, anche il bambino.
Giorgio Zinno
Consigliere Regionale Partito Democratico


I commenti sono chiusi, ma trackbacks e i pingback sono aperti.