#PuntiDiSvista – Alessandro Piro incontra Connie Dentice attrice, autrice, attivista femminista: tra pubblico e privato

Ci sono personalità che non cercano spazio, ma lo conquistano con schiettezza e originalità; quella di Connie Dentice, attrice, autrice, attivista classe ’91, si muove tra ironia e profondità, trasformando il vissuto in racconto condiviso, dove il personale diventa inevitabilmente politico. In questo spazio di storytelling — la rubrica #PuntiDiSvista — questo scambio epistolare fuori dagli schemi, in forma di domanda-risposta, è diventato occasione per un confronto senza filtri con una delle creator più originali del panorama partenopeo.

Nel tuo modo caratteristico di raccontare, ironico ma profondo, le dinamiche complesse del rapporto uomo/donna, c’è stato un momento in cui hai capito che la tua voce non poteva restare privata, ma doveva diventare pubblica, in qualche modo scomodamente politica?

“Non credo ci sia stato un momento preciso, più una sensazione che cresceva. Mi rendevo conto che quello che vivevo, nelle relazioni, nel modo in cui venivo percepita, nei piccoli conflitti quotidiani, non era solo mio. Era condiviso, strutturale. E allora tenerlo nel privato ha iniziato a sembrarmi quasi una forma di silenzio imposto. Rendere quella voce pubblica è stato naturale per me, inevitabile. Perché a un certo punto capisci che raccontarti è già un atto politico, anche quando parti da cose piccole o apparentemente leggere.”

Nel tuo percorso personale ed artistico, il femminismo è stato più una scoperta o una necessità?

“Direi entrambe, ma in momenti diversi. All’inizio è stato una scoperta: dare un nome a cose che avevo sempre sentito ma non sapevo nominare. Poi è diventato una necessità, perché una volta che vedi certi meccanismi non puoi più far finta di niente. E quindi non è più solo qualcosa che studi o con cui ti identifichi, diventa un modo di stare al mondo, anche scomodo, anche faticoso.”

Il tuo modo di comunicare sembra muoversi tra linguaggi diversi. È una scelta istintiva o un modo volutamente provocatorio, atto a rompere schemi ideologici e culturali precisi?

“Nasce sicuramente in modo istintivo, perché è il mio modo di pensare: non lineare, un po’ ibrido. Però col tempo ho capito che è anche una scelta. Mescolare registri, passare da ironia a profondità, usare linguaggi diversi… rompe delle aspettative. E rompere le aspettative è già un gesto politico, perché mette in crisi l’idea che esista un solo modo ‘giusto’ di parlare di certe cose. Quindi sì, è istinto, ma è anche consapevolezza.”

Dal femminismo alla sperimentazione comunicativa, il confronto si  é poi focalizzato sulle prospettive future, tra ricerca attoriale ed espressione artistica.Ci puoi anticipare qualcosa sui tuoi progetti professionali futuri? A tal proposito, se dovessi immaginare il tuo prossimo ruolo, che tipo di storia senti il bisogno di attraversare adesso?

“Più che a un formato preciso, penso al tipo di storie che voglio attraversare. In questo momento sento il bisogno di raccontare contraddizioni. Storie che non siano pulite, che non diano risposte facili. Relazioni, identità, corpi… ma senza semplificare. Mi interessa tutto ciò che sta nel mezzo: le ambiguità, le zone grigie, quello che spesso non si riesce a dire fino in fondo. Se devo immaginare il mio prossimo passo, è andare ancora più a fondo, anche rischiando di essere meno ‘comoda’ da ascoltare.”

C’è una forma o un linguaggio che non hai ancora esplorato e che senti vicino ai tuoi prossimi passi?

“Sento che ci sono ancora tanti linguaggi che non ho esplorato fino in fondo, soprattutto quelli più collettivi. Finora ho lavorato molto sulla mia voce, ma mi interessa sempre di più creare spazi dove le voci si intrecciano. Per quanto riguarda le narrazioni femminili, penso che oggi il bisogno più forte sia uscire dall’idea che esista una sola storia possibile. Non più ‘la donna forte’, ‘la vittima’, ‘l’eroina’… ma una pluralità di esperienze, anche contraddittorie, anche imperfette. Spazi dove non dobbiamo essere esempi unici, ma corpi che si moltiplicano, vivi più che mai.”

A mente fredda, conclusa la fase di revisione e di editing, il racconto di Connie Dentice mi é arrivato diretto in tutte le sue sfaccettature, senza addolcire, senza semplificare, una voce viva, lucida, scomoda, ma terribilmente interessante da fronteggiare.

Alessandro Piro

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