L’album d’esordio dei Thelegati, un omaggio in napoletano al Blues di Chicago

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La città di Napoli e il Blues. La rivisitazione del secondo alla luce delle peculiarità culturali della prima; con un comune denominatore: quell’attaccamento alla propria terra, ora maltrattata, ora lontana, che si fa sovente canto malinconico, amaro. Una devozione, quella dei musicisti nostrani nei confronti della tradizione musicale afroamericana, che di precedenti nella storia della canzone napoletana ne ha di gloriosi: il caso forse più rappresentativo, tanto da rischiare – suo malgrado – l’oleografia, è il ‘nero a metà’ Pino Daniele che, insieme a James Senese & co. di Napoli Centrale, ha dato lustro a quel movimento nato negli Anni Settanta, il Neapolitan Power, che ad oggi continua a fare scuola. Un altro esempio, artisticamente di spessore ma poco conosciuto ai più, è l’esperienza del cantante e batterista Mario Insenga e della sua band, i Blue Stuff, che nei primi Anni Novanta arrivarono a collaborare con Joe Sarnataro, l’alter ego blues di Edoardo Bennato: la crudezza e musicalità del napoletano al servizio di chitarre ‘indiavolate’ e ritmi serrati, come costante di un progetto che nell’incisione del disco “E’ asciuto pazzo ‘o padrone” (1992) ha trovato la sua più compiuta sintesi.

Ed è proprio quello specifico mondo musicale ad essere immediatamente rievocato, almeno nei presupposti e nelle intenzioni, dall’ascolto di “Zitto Chi Sape ‘O Juoco”, esordio discografico dei vesuviani Thelegati – Danilo “Cefrone”, chitarra e voce; Stefano “Pelo”, basso e voce; Rosario “Ciuppo”, tastiere; Ciro “La Bionda”, batteria –. Tra una traccia e l’altra delle otto complessive – di cui la rockeggiante “Je so’ cchiù pazzo ‘e te” è il primo singolo estratto – citazioni, più o meno consapevoli, del Chicago Style alla Bo Diddley e Willie Dixon vengono all’occorrenza attualizzate da sonorità più marcatamente metal e stoner.

Non appare difficile, dunque, riconoscere in loro un’istintiva propensione al Blues, condizione questa, sì necessaria ma non sufficiente a dar luce a un prodotto che non risulti, a conti fatti, musicalmente acerbo: shuffle – il modo ‘swingato’ di suonare la batteria – scolastici e suoni ancora poco definiti contraddicono una grammatica musicale esigente, da cui gli artisti del suddetto genere non dovrebbero mai prescindere. Una giustificata incompletezza che, invece, quasi non si avverte negli ‘slow blues’ come “Senza Paura”, e alla quale fanno da valido contrappeso testi sagaci, che non mancano a tratti di divertire: un disco tutto sommato piacevole, a cui va attribuito il merito ed il coraggio di omaggiare una musica della quale, troppo spesso, si dimentica l’importanza.

E il 27 marzo, contemporaneamente all’uscita in tutti i negozi di dischi e digital store (per l’etichetta indipendente Full Heads), i giovani Thelegati presenteranno il loro album al pubblico del Frequency, noto locale di Pomigliano d’Arco.

 

Chiara Ricci

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