Il jazz di mamma e il R&B e l’house nelle vene: il percorso di Cristina Manzo e i suoi #PuntiDiSvista
Dalla scrittura in inglese come primo spazio espressivo alla scoperta dell’italiano come spazio di verità, il percorso di Cristina Manzo si muove tra studio e palco, dentro una scena femminile napoletana in forte evoluzione. Cantautrice tra R&B, house e influenze soul e jazz, cresce in un ambiente musicale — con una madre cantante jazz — sviluppando una sensibilità vocale che, nel tempo, si intreccia con l’attitudine elettronica e il linguaggio del club. Un percorso che la porta dall’esordio in inglese, con “Lose Control” (Flashmob Records, 2024), fino a una presenza sempre più definita nei live della scena partenopea. In questa nuova puntata di #PuntiDiSvista — costruita come uno scambio epistolare “a distanza” — prende forma il racconto di un’artista che attraversa linguaggi e dimensioni diverse, cercando un equilibrio costante tra emotività e movimento, tra dimensione intima e apertura verso il pubblico. Nella tua musica convivono melodia e ritmiche ad alta energia: come riesci a bilanciare questi due elementi, sia in studio che dal vivo? E che ruolo hanno, in questo equilibrio, la lingua italiana e quella inglese? Io, in generale, nella mia musica cerco sempre un equilibrio tra emotività e “movimento”. Il modo in cui interpreto il brano è la parte più intima, quella che racconta davvero chi sono, mentre la ritmica è ciò che dà energia e corpo: è quello che trasforma quell’emozione in qualcosa di condivisibile, anche fisicamente, soprattutto dal vivo.In studio lavoro con un team e insieme cerchiamo sempre di non far prevalere troppo uno dei due elementi, ma di fonderli; mentre sul palco lascio che l’energia sia al primo posto, proprio per creare quella connessione con il pubblico.Per quanto riguarda le lingue, per me scrivere in inglese è sempre stato più facile, più istintivo, mentre scrivere in italiano più difficile, perchè è più “vero”, più diretto. Oggi cerco di usarli entrambi nei miei progetti prendendone il “buono “da entrambi.
Sei partita da una comfort zone in inglese, spesso all’interno di progetti condivisi: cosa ti ha spinta a metterti in gioco in italiano e a prenderti pienamente la tua voce? È stato un cambiamento che hai sentito prima in studio o sul palco? E come si traduce oggi nella tua dimensione live? All’inizio scrivere in inglese era una sorta di rifugio, perché mi permetteva di esprimermi senza espormi completamente. Si trattava sempre di collaborazioni con altri artisti, quindi mi nascondevo dietro una dimensione collettiva, ma allo stesso tempo stavo comunque facendo qualcosa che amavo.A un certo punto ho sentito l’esigenza di esprimermi in modo più diretto e semplice, soprattutto con me stessa, quindi ho iniziato un progetto parallelo completamente in italiano. I testi in italiano fanno proprio questo, perché il mio modo di scrivere è molto semplice e diretto, quindi arriva più facilmente. Inoltre, avevo bisogno di creare una dimensione solo mia, in cui sono io la protagonista.Questo cambiamento è nato in studio, ma è stato proprio il palco a confermarmelo, perché la connessione con il pubblico è diversa, più immediata. E, onestamente, questa cosa mi fa sentire più libera. Un passaggio che non riguarda solo la lingua, ma il modo di costruire e portare la propria musica, tra ricerca e definizione. Dopo questo passaggio verso una maggiore consapevolezza artistica, che direzione senti di voler dare oggi al tuo suono? Stai cercando più sperimentazione o una definizione più precisa della tua identità, soprattutto nel dialogo tra studio e dimensione live? In questo momento mi trovo in una fase di equilibrio tra ricerca e definizione. Non voglio chiudermi in un suono troppo preciso, ma allo stesso tempo sto cercando una coerenza che renda riconoscibile quello che faccio.Mi interessa sperimentare, ma mantenendo sempre un filo emotivo chiaro. Non voglio identificarmi in un unico genere, ma se ci penso oggi sono molto vicina a sonorità pop-dance, pur portando avanti un progetto che unisce anche una timbrica un po’ più jazz.Sono convinta che proprio la fusione di questi generi sarà ciò che mi porterà a trovare il mio equilibrio. Come vedi l’evoluzione della nuova scena artistica femminile napoletana? Pensi che oggi ci sia una maggiore libertà anche nella gestione dell’immagine e dell’espressione visiva femminile, rispetto al passato? E tu come ti posizioni in questo cambiamento? Credo che la scena femminile napoletana stia vivendo un momento molto interessante. Ci sono tante artiste che stanno portando visioni diverse, senza sentirsi obbligate a rientrare in un’unica estetica o in un unico modo di raccontarsi.Rispetto al passato, penso ci sia sicuramente più libertà, soprattutto nella gestione dell’immagine e dell’espressione visiva, però è anche una libertà che richiede consapevolezza, perché oggi l’immagine è molto esposta e rischia di diventare più importante della musica e questa cosa personalmente mi spaventa.Io cerco di mantenere un equilibrio, usando l’immagine come estensione del mio progetto artistico, non come qualcosa che lo sovrasta. Infatti gioco molto sulla semplicità, e credo che questa sia proprio una mia particolarità, anche perché coincide con ciò che sono davvero. Tra esposizione, performance e identità, quanto è difficile oggi proteggere una verità artistica? E dove finisce il personaggio e dove inizia, davvero, te stessa? È una delle sfide più grandi oggi perchè siamo continuamente esposti e il rischio di costruire un personaggio che prenda il sopravvento è reale.Per me la chiave è rimanere connessa al motivo per cui ho iniziato a fare musica: raccontarmi attraverso sensazioni, storie e sentimenti che qualsiasi persona della mia età vive.Il “personaggio” esiste, soprattutto sul palco, perché l’esibizione lo richiede, ma cerco di non farlo diventare una maschera. Voglio che il pubblico si affezioni a Cristina, alla vera Cristina.Cerco di essere sempre onesta con me stessa: quando mi accorgo che qualcosa non mi rappresenta più, provo a fermarmi e a ritornare sui miei passi, oppure a mettermi in discussione stravolgere il tutto. Nel racconto di Cristina Manzo, la musica diventa uno spazio di equilibrio tra identità e trasformazione. In un contesto sempre più esposto, il suo percorso non cerca una forma definitiva, ma resta fedele a una verità in continuo divenire. È proprio in questa tensione — tra studio e palco, tra controllo e abbandono — che si apre la possibilità di una sensibilità espressiva autentica, riconoscibile e personale.
Alessandro Piro


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