Sabato 10 ottobre, la giornata mondiale della Salute Mentale: stare male non richiede necessariamente una diagnosi
Stare male non richiede necessariamente una diagnosi, così sarebbe il caso si affrontasse la salute mentale, di cui oggi ricade la giornata mondiale. Tutto il mondo, da Est a Ovest celebra i successi e purtroppo i troppi insuccessi riguardo un mondo che merita rispetto e non pietà, azione e non commiserazione. .Oltre 845 mila persone assistite dai servizi specialistici in Italia nel 2024.
Ma il disagio non inizia con una diagnosi e una cura non basta, se mancano le condizioni per sentirsi parte del mondo. Ci sono persone che chiedono aiuto e altre che continuano a dire «va tutto bene», anche quando non è vero. Famiglie che vivono da anni accanto alla sofferenza di un figlio e persone che, senza una diagnosi, attraversano periodi in cui tutto diventa più faticoso: il lavoro, le relazioni, perfino alzarsi al mattino. La salute mentale riguarda tutti. Possiamo attraversare burnout, solitudine, tensione interiore e momenti in cui ci sentiamo sopraffatti, senza trovare il sostegno di cui avremmo bisogno.
Spesso, però, aspettiamo che il disagio diventi insostenibile prima di riconoscerlo. Come se stare male fosse legittimo soltanto quando qualcuno può dargli un nome. I numeri raccontano una realtà che non possiamo ignorare. Il Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute, pubblicato nell’aprile 2026 e riferito al 2024, registra 845.516 persone assistite dai servizi specialistici italiani. Tra gli interventi territoriali rilevati, il 10,7% riguarda la riabilitazione e la risocializzazione. Sono dati che non descrivono da soli la qualità dell’assistenza, ma pongono una domanda: quanto spazio diamo alla vita delle persone, oltre alla cura? Una persona non è la sua diagnosi. È anche il desiderio di avere amici, lavorare, scegliere, sentirsi capace. Quando parliamo di autismo, neurodivergenze o disturbi psichiatrici, l’inclusione non può ridursi alla presenza in un servizio o alla partecipazione a un’attività. Deve significare possibilità reali, rispetto dei tempi individuali, occasioni per sviluppare autonomie e costruire relazioni. La stessa domanda riguarda la scuola.
Un alunno può essere formalmente incluso in una classe e sentirsi comunque escluso. Può avere un sostegno, partecipare alle lezioni, essere presente in ogni attività, senza sentirsi parte del gruppo. Essere presenti non significa necessariamente appartenere. L’inclusione si misura anche nella possibilità di essere ascoltati, trovare il proprio posto e non dover dimostrare continuamente di meritare quello spazio. E riguarda anche chi, apparentemente, riesce a fare tutto: chi lavora, risponde alle aspettative, si prende cura degli altri e accumula una stanchezza invisibile. Non ogni sofferenza richiede una diagnosi, né ogni difficoltà è una malattia. Ma ogni disagio merita ascolto prima di diventare impossibile da sostenere da soli. Da sociologa e progettista sociale, penso che non possiamo chiedere alle persone di essere resilienti all’infinito e poi celebrare la loro capacità di resistere. Le famiglie hanno bisogno di sostegno, non di essere lasciate sole in nome dell’amore. I ragazzi hanno bisogno di scuole capaci di includere davvero. Chi attraversa una crisi ha bisogno di ascolto e risposte accessibili, senza dover arrivare al limite. La salute mentale non si difende soltanto negli ambulatori. Si difende nei servizi, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni quotidiane. Nel modo in cui trattiamo chi fa più fatica e permettiamo a ciascuno di chiedere aiuto senza vergognarsi. Il 10 ottobre passerà. Ma resteranno persone che sorrideranno per non dover spiegare, famiglie che si chiederanno come andare avanti e ragazzi che entreranno in classe senza sentirsi davvero accolti. Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto chi sta abbastanza male da avere bisogno di aiuto, e iniziare a chiederci quante persone, intorno a noi, stanno già facendo fatica senza sentirsi autorizzate a dirlo.
Annarita Romanino

