Masaniello è turnato. “Je so’ pazzo” – La storia di Pino Daniele”. E della musica che racconta una città, il Sud e un’intera generazione

Quando il direttore mi ha chiesto di scrivere un pezzo su Je so’ pazzo, il film sulla vita di Pino Daniele, mi sono detta: «E mo’ comm’ vo spiego a Pino?». Perché Pino non è facile da raccontare. Non è soltanto un cantante, una chitarra, una voce. È una parte di noi, di una Napoli che abbiamo imparato a riconoscere anche nelle sue contraddizioni. E forse, per raccontarlo, bisogna partire proprio da ciò che non è facile dire.

Il film di Nicola Prosatore, nelle sale dal 15 ottobre, dura 105 minuti ed è liberamente ispirato al libro del figlio Alessandro Daniele, “Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce”. Massimiliano Caiazzo interpreta Pino, Mariasole Pollio è Dorina Giangrande, Giovanni Ludeno veste i panni del padre Gennaro. La storia sceglie di fermarsi prima del mito: agli anni della formazione, alle inquietudini, alla famiglia, ai primi passi nella musica, fino al concerto del 1981 in Piazza del Plebiscito. Non pretende di contenere una vita in 105 minuti. E forse il suo interesse sta proprio qui: nel provare a mostrarci chi c’era prima di Pino Daniele.

Prima di Pino c’era Pin8

Il ragazzo che incontriamo non ha niente del santino. È inquieto, testardo, scontroso. «O’ uagliòn è bravo, ma sta sempe ’ncazzat», dice qualcuno nel film. Ma, mentre lo guardiamo, quella rabbia finisce per farci tenerezza. C’è una domanda che attraversa tutto il film: quanto di ciò che diventiamo nasce da ciò che abbiamo ricevuto e quanto, invece, dalla necessità di liberarcene? Il rapporto con Gennaro Daniele, il padre, è uno dei nodi centrali. Un uomo fragile, distante, segnato dal vizio del gioco. Una presenza ingombrante anche quando è assente. Il film non prova ad addolcire questa parte della storia. E forse è giusto così. Perché raccontare una persona significa anche raccontare le contraddizioni che l’hanno formata: gli errori, le mancanze, le ferite ricevute e quelle che, a nostra volta, rischiamo di portare nelle relazioni. Gennaro è il padre dal quale Pino cerca di prendere le distanze e che, proprio per questo, continua ad abitare la sua storia. C’è un dettaglio, raccontato da Dorina Giangrande al regista Nicola Prosatore, che dice forse più di molte ricostruzioni: Pino non partecipò al funerale del padre, ma prima delle esequie lo vestì. Un gesto difficile da spiegare. E proprio per questo profondamente umano. Ci sono distanze che non riescono a cancellare l’amore. E ci sono amori che non sanno più come farsi vedere.

Quando il cuore non sa parlare

Ci sono rabbie che non sappiamo dove mettere, ferite che non trovano parole, sentimenti che restano intrappolati tra quello che proviamo e quello che riusciamo a esprimere. E allora l’amore cerca altre strade. Pino sembra trasformare proprio questo. La rabbia diventa ritmo. La nostalgia diventa melodia. La marginalità diventa linguaggio. La difficoltà diventa creatività. Non perché il dolore sia bello, né perché la musica possa cancellare le ferite. Ma perché, a volte, abbiamo bisogno di trasformare ciò che ci fa male per riuscire a conviverci. Pino ha trovato la sua strada in una chitarra.

E poi c’è Napoli

Ma che cos’è Napoli per Pino Daniele? Forse è la domanda alla quale il film non può dare una risposta definitiva. Perché Napoli, per lui, è amore e conflitto. Appartenenza e desiderio di fuga. Casa e gabbia. È la città dalla quale vuoi andare via per poter diventare te stesso e che, proprio quando riesci ad andare via, scopri di avere portato dentro. Pino non la idealizza. Non la racconta per renderla più bella. Ne conosce la poesia e le ferite, l’ironia, la fatica, la capacità di inventarsi una possibilità anche quando sembra non essercene nessuna. E soprattutto racconta chi, spesso, resta fuori dal racconto ufficiale. C’è Fortunato, con il suo mondo della strada. C’è Uè Man!, con gli incontri e gli attriti tra culture. C’è Chillo è nu buono guaglione, la storia di chi desidera vivere la propria identità in una società pronta a giudicarlo. Pino osserva senza mettersi al di sopra. Non predica, non assolve.

Racconta.

È qui che la sua musica diventa anche il racconto di una società: nelle vite che porta alla luce, nelle persone che normalmente restano ai margini, nelle identità che chiedono semplicemente di essere riconosciute. E allora anche l’incontro tra blues, jazz, rock e tradizione napoletana smette di essere soltanto una questione musicale. Diventa una forma di identità. Napoli apre le porte al mondo e, nel farlo, rimane Napoli. Quando il film arriva al concerto del 1981 in Piazza del Plebiscito, davanti a circa duecentomila persone, la scena assume così un significato che va oltre il successo. È quasi la chiusura di un cerchio. Un ragazzo partito dai vicoli si ritrova davanti a una città intera. Quello che sembrava troppo piccolo per stare nel mondo finisce per avere un mondo intero davanti. Ma soprattutto ha trovato una voce capace di raggiungere migliaia di persone senza smettere di appartenere al luogo da cui è partito.

Uno dei meriti del film è proprio quello di fermarsi prima che Pino diventi completamente il mito che conosciamo. Ci porta vicino all’uomo prima ancora che all’artista, al ragazzo prima che alla figura diventata simbolo di una città. E c’è un dettaglio che sembra piccolo, ma che racconta moltissimo. Nel provino di Je so’ pazzo conservato da Alessandro Daniele, una frase del brano era inizialmente diversa. Al posto di «E oggi voglio parlare» compariva «E oggi voglio sparare». Poi quella parola è cambiata. Da sparare a parlare. Una modifica minima, eppure dentro c’è quasi tutta la parabola di Pino. La rabbia era lì, insieme alla violenza che attraversava la Napoli di quegli anni. Ma poteva diventare altro. Poteva farsi parola, musica, espressione. La rabbia può diventare violenza oppure può diventare parola. Può distruggere oppure trasformarsi in arte. Pino, alla fine, ha scelto di parlare. E forse è anche per questo che quelle canzoni continuano a parlarci.

Il film non racconta tutto di Pino Daniele. Due ore non bastano per una vita, figuriamoci per una leggenda. Ed è forse per questo che il film non mi interessa tanto per stabilire quanto sia “vero” il Pino che racconta. Mi interessa ciò che riesce a farci vedere. Che dietro un artista c’è sempre un ragazzo. Che dietro una voce c’è qualcosa che spesso non siamo riusciti a dire. Che le nostre origini possono essere una difficili, ma anche la materia con cui costruiamo noi stessi. E che, qualche volta, proprio ciò da cui abbiamo provato a fuggire finisce per diventare ciò attraverso cui impariamo a parlare. Pino Daniele non è soltanto l’identità di Napoli. È una parte della nostra identità. La tua gente continua a cantare. E quando parte una tua canzone, Napoli ritrova qualcosa che le appartiene da sempre, ma che soltanto tu sei riuscito a dire così. Forse non ti abbiamo mai spiegato, Pino. Ma tu, in tutti questi anni, hai spiegato un poco noi a noi stessi.

Annarita Romanino