Al Trianon, tutti i “Figli di un bronx minore” di e con Peppe Lanzetta

“Quante volte Napoli — per la maggior parte di noi croce e delizia, amata e odiata a fasi alterne — finisce per essere raccontata attraverso immagini, parole e stereotipi che sembrano ripetersi continuamente? E quante volte, invece, l’arte riesce ancora a riportare in superficie ciò che normalmente si preferisce lasciare ai margini: ferite, ossessioni, contraddizioni, quell’umanità sospesa tra ironia e sopravvivenza che continua ad attraversare Partenope ben oltre ogni rappresentazione folkloristica?

È presso il Teatro Trianon, storica sala pubblica del quartiere napoletano di Forcella, dal 1° maggio 2026 sotto la Direzione Artistica di Pierpaolo Sepe, che prende forma “Figli di un Bronx Minore”, il progetto con cui Peppe Lanzetta torna a condensare oltre quarant’anni di teatro, musica, letteratura e cinema in uno spettacolo capace di attraversare registri differenti, muovendosi tra sarcasmo, memoria e denuncia.

La scrittura scenica si costruisce attorno a parole che alternano crudezza e poesia, mentre la chitarra del Maestro Jennà Romano accompagna il racconto come una presenza costante, capace di amplificarne le tensioni senza mai sovrastarle.

Si parla di esistenze consumate ai margini, di rabbia trasformata in sarcasmo, di una città che continua a convivere con le proprie fragilità senza perdere quella capacità tutta napoletana di rendere perfino il dramma qualcosa di “drammaticamente comico”. Ma si parla anche di fragilità collettive, silenzi e personaggi che sembrano emergere da vicoli, notti e sottoscala restituiti senza filtri.

In scena, Peppe Lanzetta costruisce un rapporto diretto con il pubblico, alternando monologhi, personali rivisitazioni canore, immagini e frammenti narrativi, senza rinunciare a richiami all’attualità più stringente, attraverso una presenza magnetica e istrionica che evita costantemente la semplice provocazione.

Il suo è piuttosto un attraversamento continuo della contraddizione: si ride e subito dopo si avverte il peso di ciò che quel riso lascia emergere. Il risultato è uno spazio scenico che assomiglia più a una memoria collettiva che a una rappresentazione teatrale tradizionale, lasciando affiorare immagini destinate a restare anche dopo il sipario.

Un lavoro che evita facili assoluzioni e che, proprio per questo, riesce a conservare una forma di autenticità rara. Perché alcune opere non servono necessariamente a consolare il pubblico, ma a ricordare che certe contraddizioni continuano a esistere, anche quando si preferisce distogliere lo sguardo.

Alessandro Piro

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