STORIE VESUVIANE – Francesco Iacomino, morto due volte. L’appello del papà Nicola solo per la giustizia


Ercolano – “Non consentirò mai a nessuno d’infangare la memoria di mio figlio, Francesco era un lavoratore non un ladro”. Scorre lenta, mossa dalla rabbia ma frenata dagli aspri contorni del ruvido viso, una lacrima, una goccia di tristezza che spazza via gli ultimi frammenti di una felicità ormai fatta solo di ricordi. Quella gioia di sognare, sperare e vivere che il signor Nicola Iacomino, fabbro in pensione che ha diviso la propria vita tra lavoro e sindacato, ha “perduto per sempre”, come dice lui, quel maledetto 4 ottobre del 2004. Erano le ore 7,30, quando ai bordi dell’incrocio che collega Via IV Orologi a Via D’Annunzio, a pochi passi dalla zona marittima di Ercolano, due automobilisti, passati di li per caso, notarono disteso sul selciato un giovane ragazzo di circa 30 anni. Non riusciva a reggersi in piedi, aveva le caviglie spezzate, la voce fioca, gli occhi spenti appena nascosti dai bordi della tuta da lavoro e dai sacchetti d’immondizia su cui era stato adagiato. Inutile fu l’intervento immediato del 118, sollecitato con prontezza dai due passanti. Francesco Iacomino, 33enne di Ercolano e padre di un bambino di appena due anni, era già morto, ucciso da un volo al quale nemmeno un angelo sarebbe sopravvissuto. A sette anni da quella terribile mattinata d’inizio autunno, su quel racconto, che con rabbia prova a sfogliare tra le lacrime il signor Nicola, aleggiano ancora inquietanti misteri, strani dubbi, avvalorati da un percorso, quello processuale, tutt’altro che nitido. Tra rinvii, testimonianze incoerenti e vizi di forma, infatti, la brutta storia che ancora oggi logora l’animo di un’intera famiglia, rischia seriamente di trasformarsi in un’enorme faldone di carte cestinato in qualche deposito ministeriale. “Il prossimo 20 febbraio, avrà luogo una nuova udienza del processo. E’ cambiato il giudice e si dovrà ricominciare tutto da capo. La nostra vita, la mia, quella del piccolo Nicola- il figlio di Francesco- è stata già condizionata abbastanza da questa vicenda. Siamo stanchi, vorremmo solo che sia fatta giustizia”. Una triste storia, quella di Francesco, attorno alle quale, infatti, ancora oggi continuano a ruotare verità opposte, versioni incompatibili. Per la famiglia Iacomino, quel giorno Francesco stava lavorando a nero presso un cantiere delle ex officine Fiore, a Via Arturo Consiglio, quando ad un tratto, probabilmente a causa di una struttura edile fuori norma e dell’assoluta assenza di corde, caschi e imbracature, cadde da oltre 10 metri, per poi essere
trasportato, su indicazione dei responsabili del cantiere, nei pressi del vicino cassonetto. Per gli
avvocati che difendono l’impresa coinvolta, invece, Francesco sarebbe caduto, come dichiara il signor
Nicola, “mentre rubava dei fili di ferro e rame”. “Mio figlio lavorava a nero- racconta tra le lacrime
il papà di Francesco -. E’ morto cadendo da un’impalcatura, poiché lavorava senza protezioni. Era un
lavoratore vero e non un ladro come ha provato a sostenere la difesa. Ci sono interessi enormi in tutta
questa vicenda, e c’è anche stata, per un periodo, l’ombra della camorra. Io non voglio nulla da nessuno, chiedo solo giustizia per la memoria di mio figlio, che in questi anni è stata infangata dalla troppe parole di chi Francesco non lo ha nemmeno mai conosciuto”.
Ciro Formisano
redazione@loravesuviana.it

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