Camorra, la denuncia di un commerciante di San Giorgio a Cremano dietro al blitz che ha smantellato la costola vesuviana dei Mazzarella

Tutto è partito da una denuncia di un commerciante tre anni fa. Stretto nella morsa della camorra e delle intimidazioni ha fatto l’unica cosa giusta da fare: denunciare i suoi aguzzini. Tutto questo e molto altro c’è dietro il blitz di ieri notte che ha sgominato la costola vesuviana del potentissimo clan Mazzarella, quella che faceva capo a Umberto Luongo, l’uomo nero, l’elemento di punta dell’ala “interventista” della cosca retta da Francesco Mazzarella che dal quartiere San Giovanni a Teduccio, aveva allungato le mani anche su Portici e San Giorgio a Cremano.  Il clan Mazzarella, roccaforte a San Giovanni e al Rione Luttazzi, attraverso la cosca camorristica dei Luongo-D’Amico, capeggiata da Umberto Luongo e dalla moglie Gaetana Visone, entrambi arrestati dai carabinieri nell’ambito del blitz coordinato dalla DDA di Napoli. I militari dell’Arma sono riusciti a notificare 34 delle 36 misure cautelari emesse dal gip di Napoli Chiara Bardi. Due destinatari dei provvedimenti sono sfuggiti all’arresto e sono attivamente ricercati dalle forze dell’ordine. Gli arresti riguardano anche presunti affiliati del gruppo Troia, legati secondo gli inquirenti, al clan Rinaldi, in guerra con i Luongo-D’Amico e quindi anche con il clan Mazzarella. L’indagine parte dalla denuncia presentata da un commerciante vittima di estorsione ed usura nel 2016. Il clan Luongo oltre a taglieggiare le sue vittime e imporre interessi usurai, si occupava anche di gestire lo spaccio delle sostanze stupefacenti nella zona.

Gli estorsori del clan approfittavano dello stato di bisogno delle sue vittime: una, a fronte di un prestito di 5mila euro concesso nel 2015, e’ stata costretta a prometterne la restituzione di ben 17mila, diecimila dei quali materialmente consegnati. Una estorsione che uno degli uomini del clan ha commesso addirittura mentre era latitante. Gli arresti in carcere riguardano anche Gennaro Improta e Ciro Rosario Terracciano, gia’ detenuti, che secondo il sostituto procuratore della DDA di Napoli Antonella Fratello, sono responsabili dell’omicidio di Luigi Mignano, cognato del boss Ciro Rinaldi, assassinato un un agguato scattato davanti al figlio e al nipotino che i due stavano accompagnando a scuola. Il clan luongo, ha “convinto” le sue vittime “a suon di bombe”: uno degli episodi intimidatori contestati riguarda proprio un attentato con delle bombe carta a una officina. Determinante per il clan Luongo è risultato anche il ruolo della moglie del boss Umberto Luongo, Gaetana Visone, che accompagnava il marito ai summit con i capi delle altre organizzazioni camorristiche, faceva da intermediaria tra Luongo, gli affiliati e le famiglie dei detenuti. Non solo. Gaetana Visone gestiva anche gli aspetti economico finanziari del clan, la contabilità delle rate dell’usura e, infine, la suddivisione delle “mesate” agli affiliati.

 

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