Mazzata della magistratura al clan Fabbrocino, 90 anni di carcere a capi e gregari. Biagio Bifulco sceglie il rito ordinario. L’ufficio nella coscanel cimitero di Palma Campania 

Il clan Fabbrocino, non ha mai smesso di detenere il potere criminale ed economico su Palma Campania, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e gran parte dell’hinterland, anche dopo la morte dello storico capoclan Mario ‘o gravunaro. La cosca che negli anni aveva fatto della guerra a Cutolo uno dei motivi d’esistere, è diventata un vero e proprio colosso economico, nonostante continuasse a mantenere una organizzazione militare vecchia maniera, dove attorno al boss c’erano poche persone fidate e basta. E dopo la morte di Mario Fabbrocino, l’impero criminale è passato agli eredi, assieme ai pezzi storici dell’organizzazione. Tutto quasi in silenzio, nonostante il nome Fabbrocino avesse un peso specifico importante nello scacchiere della malavita organizzata italiana. Tutto fino a due anni fa, quando un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia, ne decapità vertici ed esercito, sequestrando beni, confiscando proprietà. Il business delle estorsioni resta al centro dell’imponente giro d’affari gestito dal clan Fabbrocino.

 Tutti si piegavano al volere del clan, tutti erano “costretti” a versare una quota nelle casse della cosca, qualcuno anche “volentieri” perché la cosca gli garantiva protezione. Tutti avevano eletto gli eredi di “don Mario” a veri e propri santi laici, al punto da andare in udienza per chiedere consigli o favori.

Anche i tentativi di “eclissarsi” degli attuali reggenti che puntavano a gestire il business ed essere invisibili, i summit per le estorsioni si tenevano in un piccolo ufficio del cimitero di Palma Campania, sono venuti a galla. Tutto messo nero su bianco nell’ordinanza che a settembre del 2024 ha messo agli arresti boss, generali e gregari di una delle famiglie criminali più potenti della provincia di Napoli. A un anno e mezzo di distanza da quel blitz è arrivata la prima sentenza per quell’inchiesta. Nove condanne per quasi novant’anni di carcere e solo due assoluzioni: la decisione è stata presa dal gup Marco Discepolo al termine del processo tenutosi presso il tribunale di Napoli.

A mettere in piedi il castello accusatorio il pm Giuseppe Visone: intercettazioni e racconti che arricchiscono le duecento pagine di ordinanza su cui è stata costruita l’intera inchiesta che ha portato a condanne durissime per i vertici della cosca: 17 anni e 9 mesi sono stati inflitti a Mario Fabbrocino, cugino e omonimo dello storico padrino scomparso nel 2019; 11 anni a Michele La Marca, 11 anni a Francesco Maturo e 11 a Gennaro Nappi. Mentre 14 anni di carcere sono stati inflitti ad Antonio Iovino, altro elemento di spicco della cosca. Biagio Bifulco, altro esponente di primo piano della cosca dei Fabbrocino (braccio destro del boss defunto, oggi gestirebbe lui la cosca), ha scelto di essere giudicato con rito ordinario.

Le accuse, a vario titolo, mosse nei confronti degli indagati vanno dall’associazione di tipo mafioso, detenzione e porto di armi, estorsione, tentata estorsione fino al trasferimento fraudolento di valori: tredici le persone a finire in manette, mentre altre trenta erano finite sul registro degli indagati. Gli inquirenti riuscirono anche ad accertare il nuovo organigramma della cosca attiva tra San Giuseppe Vesuviano, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Ottaviano e le altre località del Vesuviano, riuscendo a stilare un quadro di incarichi ben preciso e all’interno del quale ognuno sapeva cosa fare. C’era chi si occupava di gestire gli affari illeciti, e questo era demandato ai vertici della cosca, ma anche chi si occupava semplicemente di fissare appuntamenti e di svolgere incarichi di “segreteria” per conto dei ras dell’organizzazione criminale. Tutto ricostruito grazie alle intercettazioni raccolte dalle forze dell’ordine.

L’ufficio nel cimitero di Palma Campania, in uso al reggente Mario Fabbrocino, era diventato il quartier generale della cosca dove si tenevano incontri e si pianificano le “attività” da mettere in campo per gli affari dei Fabbrocino. Tra le conversazioni intercettate dai carabinieri anche la richiesta di un padre di far uccidere figlio e genero, che lo picchiavano per questioni di denaro. Richiesta non accolta dal capoclan, che dispose comunque un pestaggio a carico dei due.

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