Luana Pantaleo e Antonio Guerriero in Anagramma di madre, col testo di Betta Cianchini (Identità autonome di prostituzione)
“Quante volte sentiamo di portare pesi insostenibili sulle spalle, tali da sentirci inchiodati a terra, incapaci di tendere verso le nostre aspirazioni? In un’epoca in cui l’essere umano fatica a instaurare rapporti sinceri, duraturi e autentici, e in cui i Millennials — soprattutto quando si confrontano con la genitorialità — sembrano attraversati da un diffuso senso di frustrazione, inadeguatezza e incompiutezza, “Anagramma di madre” prova a leggere l’evento della nascita attraverso lo sguardo di entrambi i genitori.
La scrittura di Betta Cianchini si costruisce su una lingua essenziale, mentre la regia di Giuseppe Miale di Mauro accompagna il testo con una linea asciutta, lasciando che siano parola e relazione a guidare la scena. In questo equilibrio si inseriscono anche contributi video utilizzati con misura, capaci di rafforzare la rappresentazione senza interromperne il flusso, ma ampliandone la dimensione emotiva.
Si parla di cose che spesso restano fuori dal racconto: notti senza dormire, stanchezza che consuma, momenti in cui ci si sente persi e altri in cui si ride senza sapere perché, ma anche di quell’amore enorme che ti cambia completamente.
In scena, Luana Pantaleo e Antonio Guerriero — coppia nella vita e sul palco — costruiscono un confronto credibile e mai forzato, sostenuto da dialoghi serrati e da una chimica che rende autentico ogni passaggio emotivo. Il loro scambio, sostenuto da una mimica e da un linguaggio del corpo notevoli, restituisce con efficacia l’alternanza tra comicità e drammaticità.
La componente musicale accompagna la narrazione con discrezione, lasciando emergere suggestioni senza mai sovrapporsi alla parola: dall’apertura con “Non esiste amore a Napoli” di Tropico si arriva alla chiusura sulle note di “A modo tuo” di Elisa, con l’intero cast a ricevere i meritati applausi del pubblico, in un’immagine semplice ma potente, che resta.
Un lavoro che, senza alzare la voce, riesce a restituire il peso e la complessità di un’esperienza universale, lasciando qualcosa che continua a lavorare anche dopo il sipario”.
Alessandro Piro


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