Il Business migranti, il pm chiede oltre cento anni di carcere per 20 imputati: a capo della holding tre avvocati, col placet del clan

Chi vive, chi muore, chi ci crede e chi ci lucra. L’immigrazione, purtroppo è sempre stata così. E la procura della repubblica di Napoli dopo aver spulciato quasi 50 mila domande del decreto flussi che consentiva ad immigrati extracomunitari di poter restare in Italia per motivi di lavoro, ha aperto una finestra su un mondo di corruzione e sfruttamento. Oltre cento anni di carcere per capi e gregari del sistema criminale che avrebbe incassato migliaia di euro sfruttando una falla nel «Decreto Flussi». Nei giorni scorsi – a pochi mesi dalle sentenze di patteggiamento per i primi 22 imputati dell’inchiesta – alla sbarra sono finiti anche i legali e gli impiegati che gestivano le pratiche e organizzavano le fasi per il reclutamento dei migranti. Per la procura il giro d’affari era gestito da tre avvocati, ognuno si appoggiava a un centro di assistenza per la gestione delle pratiche, e riusciva a incassare centinaia di migliaia di euro.

Nella sua requisitoria al gip di Napoli, il pm Giuseppe Visone, ha chiesto dure condanne per gli appartenenti all’organizzazione criminale. Dal Vesuviano al Trentino Alto Adige, la rete criminale per le assunzioni – spesso fittizie – di lavoratori migranti, era molto ampia. Secondo quanto accertato a capo dell’organizzazione tre avvocati con studi legali tra San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano che sfruttavano le agevolazioni del «Decreto flussi» per incassare soldi in cambio dei permessi di ingresso in Italia e favorendo poi la clandestinità di chi entrava sul territorio. Su tutto vegliava anche il clan Fabbrocino, direttamente e indirettamente impegnato nell’affare. Anche la Premier Giorgia Meloni in una conferenza stampa aveva esplicato che le domande per immissione al lavoro da parte degli extracomunitari, non coincideva con i possibili datori di lavoro che avevano precedentemente aderito alla misura del decreto flussi. L’organizzazione che gravitava attorno a tre Caf, si occupava di tutto. L’inchiesta della procura di Napoli, che 8 mesi fa ha portato all’emissione di 45 misure cautelari, di cui 11 in carcere e 23 ai domiciliari, ha verificato circa 40mila domande e ha accertato che a capo dell’organizzazione c’erano tre avvocati – ognuno dei quali a capo di un Caf – e vi faceva parte anche un poliziotto.

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