DONNE VULCANICHE – Annarita Romanino una vita spesa per l’inclusione: la sociologa coordina i servizi socio-educativi nel territorio vesuviano

San Giorgio a Cremano – C’è un momento preciso in cui il lavoro sociale smette di essere soltanto una professione e diventa una scelta di vita. Per Annarita Romanino, sociologa e coordinatrice di servizi socio-educativi nel territorio vesuviano, quel momento nasce molto prima della laurea, dei progetti e delle responsabilità professionali.  “Sono cresciuta in una casa dove la disabilità non era un tema teorico, ma una presenza quotidiana» racconta. ”Mio zio viveva con noi. Ha un deficit cognitivo con innesto psicotico e la sua condizione ha attraversato profondamente la vita della nostra famiglia”. Un’esperienza difficile, che ha segnato gli equilibri domestici e messo a dura prova chi si prendeva cura di lui ogni giorno. “Quando oggi incontro i familiari degli utenti dei nostri servizi – madri, padri, caregiver – nei loro occhi rivedo quelli di mia madre. Persone che tengono tutto in piedi mentre spesso nessuno sostiene loro”. È proprio da questa consapevolezza che nasce la scelta di dedicare il proprio percorso professionale alle politiche sociali e ai servizi per le fragilità.

Laureata in Sociologia e specializzata in innovazione sociale, oggi Annarita si occupa di progettazione e coordinamento di servizi socio-educativi e sociosanitari presso il Centro Polifunzionale “AUTonomie”, uno spazio dedicato a giovani adulti con disturbo dello spettro autistico e altre neurodivergenze.

La struttura è stata realizzata dalla Cooperativa Sociale Litografi Vesuviani, attiva da oltre 25 anni nel settore della riabilitazione psichiatrica e con sede a San Giorgio a Cremano.”Devo molto ai Litografi Vesuviani: se oggi sono la professionista che sono, lo devo anche al percorso fatto con loro”, sottolinea.

Nel suo lavoro quotidiano c’è un principio che ritorna sempre: la rete. «Dietro una persona con disabilità ci sono quasi sempre quattro o cinque persone coinvolte: genitori, fratelli, nonni. Il welfare non può limitarsi a guardare il singolo individuo, deve sostenere l’intero sistema familiare». Un approccio che mette al centro il territorio, le relazioni e la collaborazione tra istituzioni, terzo settore e comunità. “Quando mi siedo ai tavoli di lavoro la prima cosa che dico è sempre la stessa: da soli non andiamo da nessuna parte. Se vogliamo costruire servizi davvero efficaci dobbiamo consolidare la rete tra chi lavora sul territorio». Non si tratta solo di organizzare servizi, ma di cambiare lo sguardo sulle fragilità. «Per anni in Italia le famiglie sono state lasciate sole. Oggi abbiamo l’opportunità di costruire modelli nuovi, più comunitari, dove la responsabilità è condivisa”. Nel lavoro di Annarita convivono due dimensioni: quella tecnica della progettazione sociale e quella profondamente umana dell’ascolto delle storie. Oggi il suo impegno guarda soprattutto a tre grandi temi: sostegno alla genitorialità, diagnosi precoce e accompagnamento delle famiglie nei percorsi di cura. “Intervenire presto significa cambiare la vita delle persone. Ma significa anche non lasciare sole le famiglie nei momenti più fragili”. Perché il welfare, prima di essere un sistema di servizi, è soprattutto una questione di comunità. “Credo profondamente che le comunità possano educarsi alla bellezza della cura reciproca. È da lì che nasce un territorio più giusto”.

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