Pietralata, una famiglia spezzata. Quando i servizi non bastano a non sentirsi soli e il silenzio fa più rumore
Padre, madre e una bambina di cinque anni con disabilità sono stati trovati senza vita nella loro abitazione di Pietralata, a Roma. I vigili del fuoco e i carabinieri sono intervenuti dopo l’allarme lanciato dai familiari, che non riuscivano a mettersi in contatto con loro. I tre sarebbero stati raggiunti da colpi d’arma da fuoco. Gli inquirenti indagano sull’ipotesi di omicidio-suicidio. Nell’abitazione sono stati trovati anche alcuni scritti lasciati dalla coppia.
Ma c’è un elemento che rende questa tragedia ancora più difficile da ignorare: la famiglia, secondo quanto riferito dalle istituzioni e dalla FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e delle Famiglie), era conosciuta e seguita dai servizi territoriali. E allora la domanda non può essere soltanto cosa sia accaduto dentro quella casa. Dobbiamo chiederci cosa accade prima, quando una famiglia vive per anni dentro la fatica della cura. Qualche tempo fa, sulla mia pagina, avevo scritto una denuncia precisa: sempre più famiglie con figli con disabilità vengono lasciate sole. Oggi quella frase mi torna davanti con una forza diversa. Perché io quella solitudine la incontro ogni giorno. La conosco attraverso il mio lavoro, accanto alle persone con disabilità e ai loro genitori. La vedo nelle richieste di aiuto, nella stanchezza, nella paura per il futuro. La vedo nei genitori che cercano servizi, risposte, continuità e che troppo spesso devono trasformarsi loro stessi in coordinatori, assistenti, educatori, mediatori e instancabili combattenti. Essere conosciuti dai servizi non significa necessariamente sentirsi sostenuti. Una prestazione non è una presa in carico.
Un appuntamento non è una rete. Un servizio che esiste sulla carta non basta se una famiglia continua a vivere la propria quotidianità nella solitudine. La FISH, dopo la tragedia di Pietralata, ha posto esattamente questo interrogativo: come può una famiglia formalmente inserita nella rete dei servizi arrivare comunque a percepirsi sola e senza prospettive? È una domanda che riguarda tutti.
Riguarda le istituzioni.
Riguarda i servizi sanitari e sociali.
Riguarda il Terzo Settore.
Riguarda chi costruisce politiche per la disabilità.
E riguarda soprattutto il modo in cui guardiamo alle famiglie.
Perché dietro ogni persona con disabilità c’è spesso un caregiver che rinuncia al lavoro, al riposo, alla vita sociale. Una madre che non dorme. Un padre che pensa al futuro. Una famiglia che, mentre cerca di garantire il meglio al proprio figlio, si domanda continuamente: quanto riusciremo ancora a reggere?
Non possiamo continuare a considerare l’amore familiare una risorsa inesauribile. Il caregiver non può essere la soluzione privata alle insufficienze del welfare. Il Progetto di Vita previsto dal decreto legislativo 62 del 2024 rappresenta una direzione importante. Ma perché non rimanga soltanto un principio, servono servizi domiciliari, assistenza, sostegni educativi, sollievo, professionalità e soprattutto una rete capace di accorgersi quando una famiglia sta crollando. La tragedia di Pietralata non deve diventare soltanto una notizia. E non deve nemmeno diventare il pretesto per giudicare una famiglia della quale ancora non conosciamo fino in fondo la storia. Deve diventare, invece, una domanda rivolta al nostro sistema di welfare: quanto siamo capaci di esserci prima che sia troppo tardi? Perché una vera presa in carico non significa soltanto aprire una pratica.
Significa conoscere una persona. Conoscere la sua famiglia. Accorgersi quando qualcosa cambia. Restare.
Nessuna persona con disabilità dovrebbe essere considerata un peso. Nessuna famiglia dovrebbe arrivare a sentirsi sola. Oggi, però, è ancora troppo spesso un’utopia. E allora dobbiamo porci le domande giuste e, soprattutto, avere il coraggio di costruire risposte. Prima che sia troppo tardi.
Annarita Romanino (sociologa)


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