Per non dimenticare Amy Winehouse, l’8 marzo al Blue Sound di Nola i “Frankly”

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Il 23 luglio del 2011 si spegne di una morte tanto prematura quanto tragica- aveva solo 27 anni e fu un eccesso di alcol ad ucciderla- una delle voci più interessanti del panorama musicale degli ultimi anni: la cantante londinese, Amy Jade Winehouse. A molti la notizia avrà lasciato del tutto indifferenti; ma c’è chi, al contrario, da una simile perdita è rimasto toccato nel profondo e non può fare a meno di sentire un vuoto incolmabile. A parlare è innanzitutto un’appassionata di musica, la stessa che quando ascoltò per la prima volta quella voce, dalla timbrica così particolare, pensò subito: “Finalmente una cantante che lascerà il segno!”. E in una società come quella attuale, che non lascia spazio ad alcuna mitizzazione, e in cui le cosiddette stelle musicali “si consumano” in tempi record, un pensiero simile non è cosa da tutti i giorni, affatto. Il suo più grande merito? Aver riportato in auge un genere musicale che, come prerogativa per le masse, sembrava appartenere a un passato ormai lontano: con lei il jazz ha fatto capolino nel circuito commerciale, e dunque da musica di nicchia è diventato accessibile a tutti. Eppure, forse sono ancora pochi quelli che hanno guardato ben oltre… oltre la sua figura eccentrica, oltre una vita fatta di eccessi e sregolatezze, oltre le canzoni di maggior successo. Troppo spesso si ignora ciò che lei era in realtà: una donna sensibile e troppo fragile per sostenere l’attenzione mediatica a cui era sottoposta, ma soprattutto un animo complesso e tormentato che la rendeva una vera cantante blues, e non solo una notevole interprete jazz, soul e R’n’B. A mantenere vivo il ricordo- almeno a Napoli e dintorni- ci pensano i giovanissimi componenti della “Frankly – Amy Winehouse tribute band”: Rosa Esposito di Acerra (voce), Ciro Cino e Marco Borrelli di Portici (rispettivamente tastiere e chitarre), Aldo Capasso di Ponticelli (basso e contrabbasso) e Luca Mignano di San Giorgio a Cremano (batteria). Nato all’inizio dell’anno 2012, il progetto prende il nome dall’album d’esordio della Winehouse, dal titolo “Frank” che in inglese significa “onesto”, “franco”. Ed è proprio con la massima “onestà” e “franchezza” che da circa un anno questi ragazzi portano in giro un repertorio alquanto vasto, che attinge a piene mani da tutti e tre gli album della cantante londinese (il già citato “Frank” del 2003, “Back to Black” del 2006 e quello postumo “Lioness: Hidden Treasures”): durante le loro performance- come quella del prossimo 8 marzo al Blue Sound di Nola- è possibile ascoltare, insieme alle hit come “Rehab” o “Tears dry on their own”, anche brani meno conosciuti al grande pubblico. In Campania siete stati i primi, nonché gli unici, a mettere sù una tribute band dedicata ad Amy Winehouse. Come mai questa decisione? Fare un tributo ad un artista come lei era doveroso, specie in Campania, dove nessuno ci aveva ancora pensato. Nel nostro piccolo volevamo valorizzare la bellezza delle composizioni e dei testi, oltre a omaggiare le sue peculiarità artistiche, purtroppo poco comprese nella nostra regione. La scelta del nome, che richiama l’album più marcatamente jazzistico, è legata all’impronta stilistica data alle vostre performance live, o ci sono ben altre motivazioni? La ragione principale deriva dall’aggettivo stesso: le nostre intenzioni sono “oneste”, l’obiettivo è rappresentare Amy da punto di vista esclusivamente artistico. E Frank riflette la sua personalità più autentica, straripante e senza peli sulla lingua. Avendo poi la band una formazione di stampo jazzistico, almeno all’inizio è stato l’album che abbiamo sentito tutti più vicino ai nostri gusti. E tu Rosa, cosa credi che abbia in comune il suo percorso musicale con quello da te intrapreso? Amy era una persona tormentata, e da questo punto di vista non sento di essere particolarmente vicina a lei. Ma viveva la musica come una cosa del tutto personale e nei suoi testi metteva tanto di sé: è questo che ci accomuna. Le sue canzoni, influenzate non solo dal jazz ma anche da soul, R’n’B, hip hop, reggae, mi permettono di esprimere me stessa proprio attraverso questa molteplicità di generi, che poi sono quelli con cui sono cresciuta. Nell’ultimo periodo della sua breve vita, si è parlato molto più dei comportamenti dissoluti che del suo grande talento. Voi come vorreste che fosse ricordata? Come una delle principali interpreti della storia del jazz moderno, poiché ha contribuito a commercializzare questo genere nel mondo e a renderlo più vicino al linguaggio di noi giovani. Raramente in Campania viene considerata tale nei jazz club o da coloro che si ritengono jazzisti. Di recente però ci è capitato, per la prima volta in un luogo del genere, di vedere esposta una sua immagine al centro tra John Coltrane e B.B. King , e di ascoltare in sottofondo il suo album live di standard jazz. In quel momento ci siamo sentiti davvero soddisfatti.
Chiara Ricci

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