Dentro i “giocatori anonimi”, tra storie tristi e la voglia di riscatto


Ammettere a se stessi e davanti agli altri la propria incapacità di contrastare il comportamento compulsivo è il primo e il più difficile gesto da compiere quando si decide di smettere. Così chi frequenta i gruppi dell’associazione “Giocatori anonimi e familiari di giocatori anonimi” inizia un percorso strutturato in dodici passi per capire le cause che hanno scatenato una dipendenza deleteria, quella dal gioco d’azzardo. Una malattia riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma che nell’opinione pubblica è considerata come un banale vizio. Il compito dell’associazione, che opera in tutta Italia, è proprio quello di sostenere chi ha scelto di buttarsi alle spalle il passato per iniziare una nuova vita. In Campania, è articolata in quattro
gruppi Ga, Giocatori anonimi, che si trovano a Napoli, Portici, Nola e Scafati. La metodologia utilizzata si basa sull’auto-aiuto: durante le riunioni si mettono in comune le testimonianze personali di ogni membro. “Ho 45 anni – spiega Rosario – e sono entrato in questo tunnel da bambino, rubando i soldi alla mia famiglia. Un anno e mezzo fa ho tentato il suicidio e sono rimasto in ospedale per circa tre mesi. Ho fatto debiti con chiunque, trascurato mia moglie, i miei figli e prima di entrare nel Ga di Portici ho perso 25mila euro sottratti a mio fratello per una scommessa sportiva. Ero una persona morta, da quando sono qua mi è tornata la gioia di vivere”. La sua storia s’intreccia con quella di Massimo, Ciro, Francesco e degli altri componenti: si condivide tutto senza mai giudicare l’altro. “Oltre ad accettare la malattia – racconta Alessandro, giovane membro del Ga – il passo più difficile è confidare il tracollo finanziario e morale ai tuoi cari. Io ho giocato online, sia scommesse che poker: un pericoloso fenomeno in espansione perché nella vita virtuale non percepisci l’effettivo valore dei soldi: vedi soltanto scorrere dei numeri sul monitor. Ho contratto debiti per 30mila euro e ancora non sono riuscito a pagare tutto”. A percorrere questo cammino di recupero ci sono anche i familiari: le mogli di due giocatori compulsivi parlano delle loro notti insonni, degli anni trascorsi nell’angoscia più totale, del licenziamento del coniuge e del rischio di perdere la casa, perché come sottolinea più volte Ciro: “Il
giocatore indossa una maschera, è un attore da Premio Oscar, un cane da tartufo che riesce a trovare i soldi anche dove non ci sono”.
Donatella Alonzi
redazione@loravesuviana.it

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